Guelfi e ghibellini

“Piccolo è bello”

“Le Marche, l’unica regione al plurale”

Frasi fatte. Valorizzare le proprie specificità è una forza, ma non saperle inserire in un contesto di condivisione più ampio nello sport può diventare un boomerang che porta a rovinose cadute.

Il basket marchigiano di divisioni e contrapposizioni, anticamera di rivalità feroci e derby infuocati, si è nutrito a lungo, generando storie, leggende, racconti che si sono fissati nella memoria collettiva. Ma negli ultimi decenni abbiamo vissuto una frammentazione talmente esasperata da portare spesso piccoli centri a dividersi, a combattersi anziché unirsi per restare in piedi in un mondo in cui se sei pesce piccolo non hai scampo dinanzi al pesce grosso.

Agli inizi degli anni ’10 del nostro millennio, Montegranaro stava iniziando a mostrare le crepe dell’impetuosa crescita che aveva portato una cittadina di 13 mila abitanti dalle serie minori alla Serie A. La Sutor si barcamenava con sempre maggiori difficoltà nella massima serie, ma nel frattempo la città aveva portato nell’allora DNB (l’odierna B Interregionale, per intenderci) due squadre: la Poderosa e la Supernova. La piccola Montegranaro, insomma, oltre a una squadra che in Seria A duellava con Siena, Milano, Roma e compagnia bella, si permetteva il lusso di un derby sotto casa con giocatori, allenatori e staff professionisti.

All’epoca, oltre a scrivere sul Corriere Adriatico, tenevo un piccolo blog di basket, che peraltro abbandonai abbastanza in fretta. E prima di una di quelle accesissime sfide buttai giù un pezzo in cui etichettavo la sfida come “il derby di chi ce l’ha più lungo”. Probabilmente non riscriverei quelle parole oggi, troppo “crude” e troppo forti nei confronti di persone e realtà che mettevano l’anima per quello in cui credevano. E gli improperi che mi presi ne furono la normale conseguenza.

La bomba sulla sirena con cui Lorenzo Andreani vince il derby Poderosa-Supernova: uno dei momenti più iconici del nostro basket in epoca recente (foto Roberto Purifico)

Ma il concetto che rivendicavo allora e che rivendico tutt’oggi è rimasto intatto: quel derby non aveva senso di esistere. Un tessuto economico di piccole dimensioni, seppur costellato di aziende di successo mondiale, come quello di Montegranaro non poteva permettersi di dissipare energie (leggi: soldi) in quella maniera. Fui facile profeta: la Supernova chiuse bottega nell’estate 2013, la Sutor un anno dopo e così la Poderosa si ritrovò erede massima della grande tradizione cestistica veregrense.

Ma la lezione non fu davvero tale: Montegranaro tornò presto a dividersi, con la Poderosa a fare il suo percorso fino alla A2 e la Sutor “rifondata” e risalita fino alla Serie B. La fine della storia la sapete già: nel 2020 la prima alza bandiera bianca e sparisce, la seconda torna in C e da anni non si muove da lì.

Nicola Temperini è probabilmente l’unico giocatore ad aver vestito le maglie di Sutor (prima e dopo il crac del 2014), Poderosa e Supernova

Quello veregrense è il caso più eclatante che ha vissuto il nostro basket perché ha coinvolto una realtà che per alcuni anni è stata la massima espressione del nostro movimento, alla pari se non addirittura sopra anche a Pesaro. Ma non certo l’unico.

Poco lontano, sulle rive dell’Adriatico, negli anni Ottanta si era compiuto un mezzo miracolo: quello della Sangiorgese, spintasi fino in Serie A2 sotto la regia del patron Dario Ciamarra e con un nucleo di ragazzi del territorio che avevano saputo sublimare il fermento di tutta una città. Scemato quel periodo d’oro, dagli inizi degli anni Novanta il declino è stato lento ma inesorabile. Il tentativo maldestro di cercare una scorciatoia nel 2006/2007 con il progetto Riviera del Fermano (un’improbabile fusione fredda tra Porto San Giorgio e Porto Sant’Elpidio naufragata nel deserto di due città che non sentivano propria quella entità creata a tavolino) lasciò macerie sulle quali si innestarono tre semi: il Porto San Giorgio Basket, la Sangiorgese 2000 e la Virtus. In una stagione, in cui vestivo la maglia della Sangiorgese 2000, le tre squadre si ritrovarono tutte e tre in Serie D a duellare nei piani alti della classifica. Sul lungo periodo, però, guardarsi in cagnesco non ha portato grandi frutti: la Virtus si barcamena da tempo facendo del suo meglio tra C e D, il Porto San Giorgio Basket al momento si occupa solo di settore giovanile, la Sangiorgese 2000 è confinata in Dr2. Come sono lontani i tempi di Rudy Hackett e Cesare Pancotto…

Il PalaSavelli di Porto San Giorgio è il palasport marchigiano che ha ospitato più partite della Nazionale di basket, ben 25. Trasformato in casa del volley è figlio dei problemi cronici del basket sangiorgese

Insomma è un film già visto quello che sta andando in scena in questi anni a Jesi. Una realtà che col marchio Aurora per oltre vent’anni è stata sinonimo di Serie A2, di grandi allenatori e un vivaio sempre vivace, ma che ora vive un destino simile a quello delle realtà di cui sopra. Una cittadina di 39 mila abitanti che, nella scorsa stagione, si è trovata a voler sostenere una Serie B Nazionale (Basket Jesi Academy) con dichiarate ambizioni di alta classifica, una Serie B Interregionale (Pallacanestro Jesi) fresca di titolo appena acquisito e una Serie C (Taurus) con il sogno nel cassetto di fare un salto in avanti. Con le prime due sostanzialmente a ignorarsi vicendevolmente.

Alla fine, la selezione darwiniana ha iniziato a fare il suo corso: dopo 365 giorni, la Basket Jesi Academy sparisce e Jesi si ritrova per la prima volta a vivere un derby in B Interregionale, con la PJ che vuole alzare l’asticella dopo un positivo anno da matricola, e una Taurus che raccoglierà formalmente l’eredità, almeno sul fronte senior, di quelle che furono Aurora e Academy. Il tutto con la grande incognita di un pubblico che negli anni, salvo episodi sporadici (leggasi: derby con Fabriano), è andato sempre più allontanandosi dal PalaTriccoli e da progetti rimasti tali solo sulla carta.

Santiago Bruno e la General Contractor Jesi festeggiano dando le spalle a una curva completamente vuota (foto Basket Jesi Academy)

Ma potremmo parlare anche della stucchevole faida che si sta consumando in un’altra piazza storica del basket marchigiano, Porto Sant’Elpidio. Con la prima squadra, il Porto Sant’Elpidio Basket, che ha rotto i rapporti con lo Sporting, realtà dedita principalmente al settore giovanile, con la conseguenza che presto in città ci saranno due settori giovanili e due prime squadre che a malapena si parlano.

Da queste diatribe esce sempre una vincitrice. Ma a che prezzo? Quello di macerie, dissapori, odi reciproci, risorse disperse. Ognuno ha le sue buone ragioni per tenere il punto, per cercare di sopraffare l’altro anziché cercare un modo di collaborare. La verità è che l’antagonismo stimola la concorrenza sul breve periodo, ma è la collaborazione ad essere vincente sul lungo. “Da soli si va più veloci, ma insieme si va più lontano”, parafrasando un noto proverbio africano.

Eppure gli esempi virtuosi non mancano.  Quando la Vuelle, nel 2005, fallì, a Pesaro non ci furono tante storie: la Falco mise a disposizione il suo bene più prezioso, il titolo di B1, per permettere alla storia biancorossa di continuare ad essere scritta.

Nella terra della carta, il Fabriano Basket è sempre stato un’istituzione cittadina. Ma quando nel 2008 quel papiro finisce in cantina (o meglio a Roseto), la Spider prima e la Janus poi riempiono quel vuoto e la piazza, nonostante le avversità e i problemi, pensa in primis a remare tutta in una direzione sola.

Non scomodiamo nemmeno il progetto ultracomunale del Metauro Basket, che è riuscito in un’operazione che ha del miracoloso per la terra dei cento teatri e dei mille campanili: riunire sotto un solo vessillo tutta una vallata, dalla Gola del Furlo al mare, e che quest’anno raccoglie il meritato frutto di un percorso fatto di tanti piccoli passi, ostinatamente nella stessa direzione, riportando la Serie B in una Fossombrone che l’aveva lasciata oltre un decennio fa.

Siamo la terra delle disfide tra contrade, delle partite a calcio tra ragazzini di vie diverse, dei tornei dei bar. Un mondo che ci ricorda la nostra infanzia, che si nutre di un Dna tramandato nei secoli che si origina nell’eterna lotta tra guelfi e ghibellini, papalini e imperatori, tifosi di Coppi e di Bartali, di Rivera e Mazzola, di Fabriano e di Jesi. Come se avessimo bisogno di alimentare quel fuoco sopravanzando il nostro vicino di casa.

Epico, ma a che prezzo?

di Marco Pagliariccio