Essere Sly

Credo fosse l’estate del 1995. Giocavo da qualche anno ormai, ogni martedì avevo l’appuntamento fisso in edicola per sgranocchiare Superbasket e da lì iniziare a imparare a memoria nomi, numeri, partite.

Anche in quell’agosto, come sempre, un paio di settimane le passavamo in montagna, a Madonna di Campiglio. Una routine che quell’anno mi eccitava particolarmente, perché avevo letto su Superbasket che in quei giorni era in ritiro in paese, praticamente a qualche centinaio di metri dall’albergo dove alloggiavo con la mia famiglia, anche la Scaligera Verona. Ero eccitato perché in quella squadra militava un giocatore che era nato nel mio stesso paese, Sant’Elpidio a Mare: Rodolfo Rombaldoni. Non era raro vederli in giro per le vie del paese nelle rare ore libere dagli allenamenti e non era raro vedere i due americani di quella squadra: Mike Iuzzolino, che aveva raccolto il testimone di Henry Williams e che si avviava a diventare una delle icone della Serie A degli anni Novanta, e poi Sylvester Gray. Una montagna di muscoli che però si muoveva con la grazia di una pantera e l’avevo proprio lì, davanti ai miei occhi, dopo anni a scrutarlo tra le foto del giornale e le immagini sgranate della partita del sabato della Rai. Chi avrebbe mai potuto pensare che più o meno un decennio dopo l’avrei sfidato su un campo da basket?

E invece è successo sul serio. Nella mia infima carriera minors posso raccontare di aver giocato contro un ex giocatore NBA e non certo per merito mio, ma per l’enorme passione per il basket di “Sly”, come è conosciuto da tutti.

Di Sly, a parte il ricordo dell’impossibilità di marcarlo in alcun modo nelle diverse sfide negli anni in cui giocava in Serie D tra Porto San Giorgio e Porto Sant’Elpidio (potevi limitarlo solo ed esclusivamente se lui decideva di limitarsi), mi ha sempre colpito la timidezza, la ritrosia agli atteggiamenti da star che spesso tendono ad avere i giocatori stranieri, soprattutto americani, chiamati a calcare i campi alle nostre latitudini. Ma non era disinteresse il suo, anzi. Né tantomeno volontà di cancellare un passato glorioso ma che sarebbe potuto essere ancora presente. Ricordo una cena in un sabato sera qualunque in un locale di Porto San Giorgio con degli amici-cestisti in comune. Un ragazzo, scherzando, gli disse: «Sly, avrai pure giocato in NBA, ma tanto adesso sei qua noi in Serie D». Per tutta risposta, si mise la mano in tasca, tirò fuori il portafoglio e da lì estrasse una foto: «Hai ragione: io ho marcato Larry Bird e adesso devo stare qua con te».

Gray in difesa su Bird (foto: Il Mattino)

Ma come era arrivato nelle “Marche sporche” un fenomeno del basket del genere, uno che al college aveva fatto faville, che era stato scelto alla 35 al draft NBA 1988, che aveva siglato la prima schiacciata della storia dei Miami Heat, che aveva giocato per oltre un decennio ai massimi livelli europei?

La storia è decisamente complessa e il nastro va riavvolto fino alla nascita di Sly. È quello che ha fatto la scrittrice Paola Rivolta, che ha preso sottobraccio il gigante di Millington e lo ha accompagnato nel racconto della sua incredibile esistenza. Racconto che è diventato il bellissimo “Sylvester – La storia di Sylvester Gray”, libro autoprodotto che è uscito qualche settimana fa negli store online che svela un’immagine inedita di Sly e che aiuta a capire tanti dei lati oscuri della vita di un atleta destinato a ben altre fortune ma che alla fine è riuscito a trovare il proprio posto nel mondo. A migliaia di chilometri da quella che una volta era “casa”.

Per rispondere alla domanda di qualche riga fa, ci affidiamo alle parole che usa Sly nel libro (pag. 201-204).

L’anno successivo a Imola [la sua ultima stagione in Serie A, nel 2001/2002: stagione che si concluse con il drammatico spareggio-salvezza con l’Olimpia Milano vinto per 76-75 dai meneghini che condannò all’A2 la Fillattice ndr], mi trovarono un contratto in Legadue per una sostituzione. Mi trasferii, a dicembre, in una piccola cittadina nelle Marche e iniziai a giocare per la Robur Osimo.

Sembrava essere iniziata la parte discendente della mia carriera. Avevo 35 anni, poteva non essere così strano, ma il mio corpo mi rimandava sempre le stesse sensazioni di quando ero ragazzo. Solo quell’anca, di tanto in tanto, mi ricordava che l’usura che il mio lavoro aveva comportato e gli anni trascorsi. Il mio stipendio era ancora diminuito e coloro che avevano vissuto contando sui miei soldi iniziarono a cambiare atteggiamento in maniera decisa, a fare pressione, ad avercela con me perché non gli garantivo più i benefit di prima.

Mia moglie, alla quale continuano a inviare denaro per i bambini, aveva già cominciato a guardarsi attorno per trovare qualcuno che le potesse garantire lo stile di vita a cui si era abituata e, attraverso un suo amico avvocato, iniziò a indagare su quanto denaro io potevo avere immobilizzato in Italia, ma i soldi li avevo investiti negli Stati Uniti per sostenere quella che ritenevo la mia famiglia e stavo ancora pagando la bella casa di Germantown di cui Cassandra e i bambini godevano.

Le mie radici erano in America e pensavo ancora che il mio destino potesse essere legato a quel territorio e alle persone che li avevo lasciato, ma a Osimo, dove mi fermai due anni, nacquero relazioni personali che ancora porto nel mio cammino e anche nell’interno della squadra trovai buoni amici in Edoardo Peretti e Stefano Zudetich; quest’ultimo mi aveva visto giocare sin da quando ero arrivato in Italia. «Ero davvero orgoglioso di poter giocare insieme a Sylvester [dice Zudetich intervistato dall’autrice, ndr]. Gli ultimi anni in cui avevo vissuto a Trieste avevo fatto l’abbonamento proprio per andare a vedere lui. In allenamento, alla Robur, ci marcavamo e ricordo che gli chiedevo “ma com’è che quando io ti attacco tu mi meni perché difendi, ma quando io difendo su di te mi meni comunque?”. E lui mi rispondeva “perché io ti sto preparando per giocare contro gli altri”. Con i compagni era sempre disponibile. Era il primo che in campo ti difendeva. Era uno che intimidiva. In una partita, un giocatore della squadra avversaria mi minacciò. Sylvester arrivò e mi disse “spostati che ci penso io”. Si vedeva che i suoi primi anni negli Stati Uniti lo avevano reso forte, ma oltre a essere un giocatore potente fisicamente, era anche intelligente».

Sylvester Gray e Stefano Zudetich si sono poi ritrovati qualche anno fa vestendo insieme la maglia azzurra in occasione dei Mondiali MaxiBasket di Zara nel 2015

Scaduto il contratto con Osimo, nella primavera del 2004, mi trovai a passare un periodo di grandi difficoltà economiche. Non avevo più denaro, né casa e, con il contratto scaduto, nemmeno un permesso di soggiorno. Non avevo fissa dimora, né documenti. Ero a tutti gli effetti un irregolare e i pochi soldi che avevo li stavo mandando a casa. Dormivo in abitazioni di fortuna, condividendo un minimo spazio vitale, scaldandomi con candele accese sotto i vasi di coccio. Durante l’estate, trovai lavoro in un campeggio. Dormivo in auto, ma almeno potevo mangiare. Quando terminò la stagione, mi trovarono un appartamento che dovetti lasciare in breve perché non avevo i soldi per pagare l’affitto.

Poi arrivò la richiesta di divorzio da Cassandra. Nel mio ultimo viaggio negli Stati Uniti avevamo avuto una lite furibonda. Era accaduto tutto in poco tempo. Appena entrato in casa mia, avevo compreso di aver disturbato alcune abitudini che non mi contemplavano. Era da un po’ che sapevo che mia moglie aveva altre relazioni, ma vedere il disappunto sul suo volto, quando mi aveva visto affacciarmi alla porta, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Vederla così, nella splendida casa che io stavo continuando a pagare con enorme fatica, rese il dolore insopportabile. Dovettero chiamare la polizia per portarmi via da lì.

Avevo cercato per anni di tenere in piedi qualcosa che non aveva fondamenta e quando crollò portò con sé tutta la mia vita. La mancanza di lavoro, le difficoltà economiche, la delusione, lo stress mi fecero perdere molti chili. Il corpo, che era stata la mia unica certezza, si stava consumando. Nelle giornate più dure cercavo di farmi coraggio pensando a mia madre, a come era riuscita ad affrontare le enormi difficoltà di quando ero bambino. Pensavo alla sua forza, alle sue preghiere nelle notti più fredde, alla sua solitaria resistenza alle difficoltà a cui la vita l’aveva messa di fronte.

Quella stella tornò a illuminare la mia strada quando degli amici mi trovarono una nuova occasione lavorativa, sempre nelle Marche, a Tolentino. Tornavo a giocare. I soldi non erano molti, ma cominciai ad allenare squadre giovanili. Mi piaceva insegnare. Avevo visto in azione i migliori allenatori da una parte e dall’altra dell’oceano, conoscevo ogni aspetto del basket e avevo finalmente la possibilità di utilizzare la mia esperienza per restituire alla comunità ciò che mi era stato insegnato.

La copertina del libro di Paola Rivolta

Per acquistare il libro: https://www.youcanprint.it/sylvester/b/497a6718-ff3e-532c-a0ac-ffcf2745872a

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di Marco Pagliariccio